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09 febbraio 2009

Alcune note sull'allattamento: Pero e la Pietas romana


Quante volte ci sarà capitato di sentire per bocca di qualche conoscente la storia dell'anziano signore che, in barba alla vecchiaia, ringalluzzito dalle rotondità di una amante non proprio disinteressata (magari di fabbricazione sovietica - ergo robustissima), riscopre i piaceri della carne?
In realtà il vecchio e la fanciulla è un vero e proprio topos artistico, che merita una analisi migliore della mia.. non fosse altro che per dare qualche colto argomento a beneficio dei latin lovers redivivi (è proprio l'aggettivo giusto!), quando si troveranno di fronte agli agguerriti benpensanti.. il punto è che qui non scrivo che io, dunque accontentatevi!
Dunque. Partiamo da una immagine a me cara: le sette opere di misericordia di Michelangelo Merisi da Caravaggio, esposte nella chiesa del Pio Monte della Misericordia, a Napoli.
A destra del dipinto si vede una scena che, a prima vista, mal si concilia con uno spazio sacro: una giovane si sta facendo succhiare una mammella da un vecchio il cui capo spunta dalle spesse grate di una finestra che dà alla strada. Una scena di meretricio.. in chiesa?! Lo straniamento dura poco.
Quello che si sta consumando appare subito come tutt'altro che un idillio erotico, anche perché l'intero quadro presenta una scena buia e tormentata di malattia, miseria e morte - sovrastata da una bellissima e turbinosa Madonna, attorniata da angeli.
Quella che ci appariva come una scena piccante si dimostra così una scena di carità cristiana: la giovane allatta il vecchio che è rinchiuso in una prigione, forse condannato a morire di stenti o forse malato, comunque sicuramente provato dalla sua condizione. Lo tiene in vita nutrendolo: che sia l'anziano padre? O un amore "contro" da tenere clandestino? O forse quel vecchio é per la ragazza solo uno sconosciuto? Non importa.
Quello é un gesto di misericordia che allunga la vita di quel disperato. Forse allungandone solo le sofferenze. Quel vecchio forse morirà comunque di stenti, o in altro modo. A che serve allungare una vita tanto disperata?
Eppure una patina di erotismo resta negli occhi del visitatore: la mammella bianca e tonda della giovane spaurita, contro il volto contrito e scuro - da satiro - del vecchio. Ma lo sguardo vaga già altrove, distratto.
L'immagine dell'allattamento di un vecchio da parte di una fanciulla è una immagine ben presente nella raffigurazione classica.
La ragazza che allatta il vegliardo era infatti già ben presente nella mitologia greca, nella storia di Pero (che talvolta è anche chiamata Santippe) e Micone (una chiara e dotta descrizione della storia la trovate qui in questo libro che parla però di Giulio Cesare).
Una giovane, Pero, allatta il suo anziano Padre, Micone, prigioniero e destinato a morire di stenti. Orami debolissimo, il solo latte della figlia lo tiene in vita, flebilmente. La ragazza tiene per amore ancora in vita suo padre, clandestinamente. Prolunga tuttavia solo l'agonia dell'uomo, anche se ne rende più dolce l'attesa.
Il latte dunque, e il seno, immagine del dare la vita, del tenere in vita: la nutrizione come atto non solo materiale, ma anche spirituale. Di amore, materno ma anche filiale.
Ma non solo nella grecia antica l'allattamento ha valore simbolico.
Anzi, il gesto dell'allattare si muove nel tempo e giunge fino a noi in un altra forte immagine dell'antichità: quello delle matres matutae.
L'immagine dell'allattamento è ben presente infatti nella meno estrema e più petrosa simbologia italica: nella immagine poderosa e vitale di queste donne assise e fissate il più delle volte nella terracotta, nell'atto di allattare.
Così la ragazza che allatta al seno un vecchio in Grecia diviene in Italia una matrona che dispensa il vivico latte dai suoi seni a numerosi pargoli fasciati. Sono tanti, tutti affamatissimi: e a loro tutti la mater dispensa il proprio latte.
Simbolo di infinita abbondanza e ricchezza, il latte, stavolta correllato alla fertilità, alla maternità: siamo lontani dal paradosso del mito greco di Pero.
Interpolando la ragazza del mito greco e la immagine arcaica della mater matuta, che si giunge alla immagine classica della pietas romana.
Una donna, giovane e forte, allatta due bambini (entrambi i suoi?) con accanto i segni della fertilità della terra (spighe di grano e cornucopie).
Ovvio che sia la riproposizione della stessa immagine che é "alla radice" del mito di Roma, la lupa che allatta i gemelli.
Così nella pietas romana l'allattamento, il sostegno e l'infusione della vita, diventano il simbolo stesso di Roma: dispensatrice di forza e ricchezza. Come i gemelli trassero la loro forza dalle mammelle della pietosa Lupa, allo stesso modo la matrona/Roma dispensa il suo latte ai bambini/Popoli rafforzandoli.
Ma sforziamoci di giungere fino ai nostri giorni.
Così un gesto tra i più belli e naturali, può diventare un gesto che rivela tutta la tragicità di alcune scelte della nostra vita (come é ben spegato qui, in questo articolo che pure parte da un dipinto) e che ci riporta alla mente un caso che in questi mesi ha commosso chiunque.
Amore, nutrizione e vita: passano i millenni e ancora ci misuriamo con i temi del mito di Pero, con l'immagine delle matres arcaiche.
Ancora oggi infatti alla nostra sensibilità, di sicuro ben diversa da quella antica, si ripropone l'antico tema: nutrire per dare la vita e per tenere in vita, anche quando si tratta di una vita disperata? Anche quando nulla lascia immaginare altro che l'agonia prolungata di una vita in cattività? Dove si spinge l'amore?
Non mi sento di esprimere giudizi: e non solo "la leggerezza" di questo blog non me lo concede.
Tuttavia tengo a concludere così: l'allattamento e il nutrire anche se "interpolati" nelle storie e nelle immagini arcaiche - costituiscono anche un manifesto politico, di protezione e tutela, di crescita e di sviluppo.
Così quando vedrete un dipinto mezzo scrostato, come mi capitava di vederlo da ragazzino negli antiquari che costeggiavo andando a scuola, di un vecchio allattato da una giovane, non pensate solo agli ottuagenari amanti latini che popolano i nostri parchi pubblici.
Quella é sopratutto una delle "immagini chiave" della nostra società. Ovunque la nostra società stia andando.

10 giugno 2008

La strana coppia: Eraclito e Democrito

Uno ride, incessantemente e sonoramente. L'altro si lamenta, fino quasi a lacrimare.
Uno è quasi sempre cicciottello, comunque ben nutrito. L'altro è sempre accigliato e asciutto nel fisico. A volte sono giovani entrambi, altre volte sono entrambi vecchi. A volte sono chiusi in casa, altre volte stanno ai margini di un bosco. Chi?
Sono Eraclito e Democrito, forse la coppia più strana della pittura: più che i ritratti di due filosofi, sono la rappresentazione di due approcci al mondo, e alla vita. Due modi estremi che convivono in ognuno di noi, quasi sempre mescolandosi. A volte noi ridiamo col mondo, altre volte del mondo, altre volte ce ne disperiamo, altre volte lo guardiamo con disprezzo o di contro con ammirazione.

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Calandola nella nostra attualità, potrebbe essere una immagine ottima per mostrare il nostro rapporto ambivalente con i media, internet specialmente: da un lato riceviamo da essi le notizie che ci disperano ma che ci servono necessariamente per stare al passo, e dall'altro ci svagano alleviandoci un poco dalla quotidianità.
Certo sarebbe comunque una sovversione del signigicato originario dell'immagine (almeno quella "classica"): da simboli di due modi diversi di distacco dalle cose terrene, dalle passioni, i due filosofi diventerebbero invece testimonials di una vita "attiva" nella folle corsa - tutta nostra - a chi arriva per primo su una notizia, a chi macina pagine e pagine di informazioni (spesso inutili). Allora, tra i due, al posto del mappamondo allora andrebbe bene google earth..

Ora alcune immagini prese un po' alla rinfusa su internet

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Qualche informazione in più io l'ho trovata qui. Parla di loro questo articolo.
Ho trovato poi questo bel libro digitalizzato
dedicato al riso e al pianto. Io ancora lo devo leggere, ma intanto lo inserisco a fostro beneficio: mi pare interessante.. pieno com'è di dotte e barocche digressioni.



19 settembre 2007

La solitudine di Orfeo

Quello di Orfeo è un mito che trovo bellissimo. Straziante forse, ma bellissimo. E amo l'apertura dell'Orfeo di Monteverdi: la musica degna di un trionfo (ma quanto al rispetto del mito del libretto..).
Orfeo una volta capito di non essere risalito dagli inferi che accompagnato dalla sola Euridice invisibile dei suoi versi, si mette in disparte. Solo. Si dice che non guardi più alcuna donna. Vive appartato, senz'altro che la sua voce e le sue parole d'amore perduto.
Allora un'immagine potrebbe essere questa: attorno, una folla di meravigliose donne condotte a lui dalla sua voce che fa ammansire le fiere più selvagge (o più bizzarre: ricordate il Pulcinella/Orfeo chimerico dipinto da Gino Severini?). Quelle donne gli paiono come assenti, e comunque inutili. Orfeo, seduto su una pietra, tra le dita solo la sua cetra, non ama più alcuna donna che non sia la sua Euridice, viva solo nei suoi versi. Non ama che la sua arte, l'unico tramite per la sua donna fatta di parole, di suoni.

18 aprile 2007

Partenope


Se fossi colto, molto probabilmente non mi imbarcherei in un tema che presuppone una lettura meditata delle fonti e una frequentazione assidua dei nostri illustri predecessori, dei loro miti. Sarebbe troppo a rischio sputtanamento: eterna ignominia per averla sparata grossa, magari confondendo o facendo un errore macroscopico. Ma siccome non temo smentite nel dichiararmi profondamente ignorante, mi butto.
La storia per come moltissimi la conoscono è questa: Partenope principessa delle sirene e ultima della sua stirpe, arriva sul lembo di spiaggia che guarda l'isola di Megaride ed è sormontata dal monte Echia. Ha le ali spezzate e non sopravvive al dolore: muore su quel lido. Dei pescatori che abitano là, ritrovato il corpo della sirena, e datogli degna sepoltura, fondano attorno al suo sepolcro una nuova città, chiamandola col suo nome: Parthenope, appunto, che significa vergine, verginale. La città poi avrà nome di Palepoli, la città vecchia: esiste ancora oggi, è Santa Lucia.
Se però pensiamo a ciò che rappresenta la sirena nella antichità più antica, la storia si mette in nuova luce. La sirena infatti rappresenta, nei miti, l'ignoto ed il pericolo; o, meglio, il pericolo che il mare ha in serbo per coloro i quali non conoscono le rotte e che finiscono presto o tardi per rischiare naufragio su qualche roccia affiorante o di schiantarsi sulla costa petrosa, come presi da una forza irresistibile (il canto delle sirene appunto).
Se si intende la sirena in questo modo, la storia di Partenope assume quasi i contorni di una cronaca. Ecco allora che la morte dell'ultima delle sirene coinciderebbe con la apertura di una rotta: dove prima era l'ignoto ed il pericolo, ora c'è una rotta conosciuta e sicura, che porta ad un approdo al riparo dalle furie del mare. E la fondazione della città coincide coll'apertura di un porto, le genti che abitano quelle terre, da pescatori che erano, diventano mercanti e marinai (passando da selvaggi ad urbani). In questo senso, ciò che si ferma sulla costa è una nave, più che una sirena. Ed allora Partenope potrebbe essere sì una principessa, ma della stirpe degli uomini; magari è fuggita dalla sua terra natìa insieme ad un piccolo gruppo di suoi fedelissimi, magari c'è con lei il suo amato, tutti decisi ad iniziare in quel nuovo mondo una nuova e migliore vita. Questa versione è, ad esempio, quella che fa propria Matilde Serao nelle sue Leggende napoletane (mettendola in dolcissima prosa), parlando della fondazione della città dell'Amore.
Ora, ed ecco al punto dove sarebbero sorti i miei timori (sempre se fossi stato colto o col desiderio d'apparire tale): ma è proprio corretto, se questo è il significato da dare al mito, collocare la fondazione di Napoli intorno al VI secolo a.C.? Possibile così "tarda" è la "scoperta" da parte dei greci di rotte sicure nel Tirreno? E allora prima come si faceva, si andava lungo la costa?
Già... se fossi colto citerei, approfondirei e tutto... e invece niente!
Penso però che questo, aldilà della collocazione storica della sua fondazione, è un mito fondativo dolcissimo: e se lo confronto con altri cruentissimi (omicidi, fratricidii, guerre...) o debordanti dell'intervento divino (mistiche visioni, segni del cielo), capisco perchè è considerata la città dell'Amore, ne capisco il suo valore humano... E questo lo capiscono tutti, anche gli incolti (scrocconi) come me!

16 aprile 2007

Per questo millennio

Aprile 2007

Il Novecento letterario ed artistico è andato troppo di corsa. E ognuno ha tirato l'acqua al suo mulino, ossia ognuno ha sostenuto i suoi, ignorando o non considerando quanti fossero fuori dalla propria cerchia. E quale destino per quelli che erano fuori da tutti i giri e da tutti i cenacoli? Questi sono ancora in disparte e nel tempo, sono convinto, vedremo tirarsi fuori da quell'ombra numerosi e valentissimi artisti e letterati che passeranno così dalle nicchie alle piazze. E magari molti che oggi sono considerati i nostri migliori talenti, domani passeranno in secondo piano se non saranno addirittura relegati nelle pagine degli specialisti.
Tra le cose che resteranno, e che saranno considerate diamanti della nostra epoca (non solo per l'Italia), sarà l'opera tutta di Italo Calvino: é straordinario come un uomo tanto colto abbia creato, in opere così meditate, dei capolavori di levità e piacevolezza. Basti pensare a "I nostri antenati": la leggono i ragazzini delle medie come i docenti universitari, con uguale trasporto e piacere.
Da parte mia, ho appena finito di leggere le "Lezioni americane" o, se volete, i "Memos per il prossimo millennio". Per un poeta letteratura e vita sono fusi indissolubilmente: non dissociabili le letture dagli incontri personali, non distinguibili i personaggi di carta dalle persone di carne e ossa.Indicando nelle lezioni americane ciò che la letteratura dovrebbe portarsi dietro dal XX secolo, entrando nel nuovo millennio, Calvino ha indicato i valori che ognuno di noi che ha varcato quella soglia avrebbe dovuto portare con sè, e non sono valori soltanto letterari. E quanti hanno preferito portarsi altro!La cosa che sempre mi ha affascinato delle "Lezioni" è il fatto che siano incompiute. Non si sa infatti neanche l'oggetto della discussione della sesta e ultima lecture, anche se da più parti leggo che avrebbe dovuto essere sulla "Consistency", che tradurrei con "unitarietà"; e poco importa se poi ultima lezione non era, ché Calvino ne aveva in mente di realizzarne otto a fronte delle sei lezioni che avrebbe dovuto tenere. Questa non-finitezza è come se lasciasse aperta una porta.. come se l'ultimo valore letterario e spirituale da mettere nel bagaglio per il terzo millennio fosse rimesso a ognuno di noi, singoli lettori: come una casella bianca da riempire, un'opzione, una libera scelta insomma.

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Leggendole, seppur nello sferragliare d'un treno, ho potuto vedere quanto le Lezioni siano cariche di immagini, molte delle quali sì permutate da altri autori (Ovidio sopratutto), ma tutte filtrate dalla sensibilità di Calvino stesso. Basti pensare al Perseo (emblema della poesia) o al suo "gemello" Guido che volteggia su un sarcofago, alla Luna e alla sua luce riletta nelle pagine di Leopardi. Ma, senza nemmeno troppo cercare, si può dire che l'intero libro ha nelle immagini l'intero suo filo conduttore. Quando poi mi sono imbattuto in una recensione che guardava alle Lezioni Americane come sintetizzabile in un fumetto (se non in una animazione), non ho avuto dubbi: delle Lezioni si potrebbe cavare fuori un meraviglioso dipinto, di quelli magari che all'inizio sono un po' criptici, ma che anche se ermeticamente chiusi nel loro vero significato non temono di mostrare la loro bellezza, la loro grazia. Ed ecco allora, l'ennesima idea scroccona.

La leggerezza

In un camposanto c'è un sarcofago enorme, bianchissimo, sicuramente di spoglio (romano insomma). Sul suo lato corto c'è scolpito Perseo, in volo, che decapita Medusa. Sul lato lungo le Muse in corteo portano ciuffi di alghe a intingerli nel sangue che gronda dalla testa mostruosa, poggiata su un letto di foglie sotto il fresco d'un albero. Al contatto col sangue, quelle piantine diventano rossi coralli. Intanto, Perseo, si lava via tra le onde del mare i segni della terribile lotta.Sul sarcofago, che chiuso da una pesante lastra scura, un uomo volteggia leggerissimo: è Guido, il poeta solitario: il suo mantello è uno sbuffo quasi inconsistente ma vivo e coloratissimo: tutta la sua persona esprime equilibrio e ricchezza. Al lato opposto rispetto al sarcofago e a Guido, uomini a cavallo lo guardano stupiti, con le loro facce pesantemente truccate e con abiti lussuosi ma che paiono di pietra pesantissima. Stupiti di vedere quell'uomo leggerissimo sparire ai loro occhi in un salto mentre loro pietrificati su quei cavalli immobili possono solo stare a guardare.

La rapidità

Tre uomini discutono al gate di un aeroporto, in attesa di un volo, insieme ad altre persone pronte ad imbarcarsi. Dalle grosse vetrate si vedono gli aerei sulla pista e altri aerei decollare. Gli uomini discutono animatamente e dai loro gesti trapela il loro modo di discutere, di ragionare. Il primo sembra quesi soppesare nelle sue mani due carichi pesanti di parole, quasi a voler dimostrare, bilanciando gli argomenti, il peso delle proprie idee e la bontà della propria opinione. L'altro con un dito invece fa come delle piccole volute nell'aria, quasi a voler disegnare il suo filo logico, sottile e articolato ma chiaro e leggibile: lineare. Il terzo uomo invece, balzato in piedi, mettendo la mano tra i due, quasi li brucia sul tempo arrivando direttamente alle loro stesse conclusioni, prima di loro e senza passare per alcuna logica, alcun percorso, alcun metodo: semplicemente d'istinto. Sono i tre modi diversi di ragionare, i tre modi diversi del discorrere.Sul pavimento, per sconfiggere la noia un bimbo fa correre insieme una macchina sportiva ed un camion giocattoli, di plastica coloratissima. Accanto la sua sorellina gioca con un granchio di plastica ed una farfalla pelouche tenendoli uno di fronte all'altro: festina lente.

L'esattezza

Giacomo ha oramai una certa età. Non è mica più il ragazzino di provincia tutto biblioteche e sospiri e malanni. Oramai è un uomo che ha avuto le sue esperienze, i suoi amori ed i suoi dolori. E non è affatto triste adesso, e forse non lo è mai stato veramente. Perché la scrittura e la poesia l'hanno sempre tirato fuori, l'hanno sempre salvato dall'abisso dell'esistenza. Da un po' Giacomo vive lontano dalla sua piccola città sulle colline marchigiane e sta in una metropoli febbrile e ricca, una vera capitale europea. Le sue estati Giacomo le passa in una villa di fronte al mare del golfo. La sera passa le ore afose della notte sulle terrazze, sotto i pergolati profumati e lungo le scogliere, ai piedi di un gigante tanto terribile quanto munifico.In queste notti d'estate la Luna lo viene a trovare ora rossa e piena ora sottile e cerula, a rimestare i pensieri del suo animo come le acque del golfo. La conosce bene quella palla opalina, l'ha studiata a fondo e conosce esattamente quella luce così vaga, sa perfettamente cos'è quella sensazione indescrivibile.Il cannocchiale sta puntato sulla Luna ma lui la fissa cogli occhi del poeta. La conosce per quello che è, ma anche per quello che rappresenta. La guarda e la conosce come conosce una vecchia amica. Dietro Giacomino, disteso su un muretto maiolicato, il colosso nero sfumacchia beato i suoi bollenti miasmi. A fare compagnia a Giacomino solo un geco, uscito a caccia di prede.

La visibilità

Il vecchio Luis non vede più. Eppure osserva meglio di moltissimi altri. È un vecchio cieco e saggio che sta seduto con le mani sul pomo del suo bellissimo bastone da signore d'alta società: e parla tenendo su il capo, come se il suo sguardo scrutasse il cielo. Attorno a sé molti giovanissimi stanno ad ascoltarlo. Dietro di lui occupa lo sfondo uno strano dipinto dove da un piccolo punto scaturiscono due fili, una specie di rami. E da ognuno di questi rami altri due rami e così all'infinito, fino a comporre una meravigliosa ed esile pianta: una pianta che ramifica all'infinito e che pure pare leggera come il punto dalla quale scaturisce.Sul pavimento, a mattonelle esagonali rosse e gialle, dei gattini giocano festosi con un gomitolo di lana colorata.

La molteplicità

Su un tavolo di quelli pesanti da essere praticamente inamovibili, un uomo dalla barba lunga pare sommerso dai libri, ne ha decine davanti a sé (qualcuno sta aperto, qualcuno chiuso, altri divelti, molti sono in pile). L'uomo sembra preso anzi presissimo dalle sue letture. È un divoratore di libri. E non smette di leggere, di nutrirsi di dati e di informazioni. E prende nota, approfondisce, ritorna sui suoi passi. La sua voracità è tale che è in una starana posizione: come se fosse in dubbio se continuare a leggere o continuare a scrivere e, nel dubbio, sembra fare entrambe. L'intero suo studiolo è assediato anzi invaso dai libri, sono ovunque nelle scanzie e sulle mensolette, alcuni sono appoggiati sul pavimento. Alla parete, quasi un'oasi, è un piccolo San Gerolamo penitente.Dietro lo Scrittore, si apre un balcone che dà sui tetti di una città azzurrina: è una selva artificiale di comignoli e abbaini. Sul balcone una coppia di giovani abbracciati pare ignorare il lavoro certosino dello scrittore: la ragazza sta indicando qualcosa con un braccio.Sotto il tavolone, quasi invisibile, un ragno tesse la sua tela argentata con pazienza..

La libertà

Dicevo che della sesta lezione non se ne sa molto, se non che forse il titolo che doveva essere consistency, che si potrebbe tradurre credo con unità. Ma io vedo in questa incompiutezza, l'ho detto prima, uno spazio vuoto, da riempire con i desideri di ognuno. Ed allora se deve essere un tema della sesta lezione, sia la libertà, ed ognuno se l'immagini come più gli pare.

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I quadri possono essere trattati singolarmente, come fossero o figurine o carte da gioco (entrambe ben presenti nell'universo di Calvino) oppure in un unica scena, fate vobis... in fondo l'artista non sono mica io!! Ciao!!

28 marzo 2007

Un altro auriga (stavolta messo peggio): Fetonte

Anche a chi non ne ha visto che stralci, del film Ben Hur resta nella memoria soprattutto la scena della corsa delle bighe. Almeno per me è stato così. E credo che questo sia dovuto alla bellezza di una scena dove si mescolano, in velocità, uomini e cavalli. O semplicemente perchè ti dà la scossa e ti desta dal torpore!!
Ed è probabilmente per la grande carica plastica di tali scene di corse che per la seconda volta, dopo quella dall'Orlando furioso con Elia e Astolfo, compare un'idea per un altro auriga. Stavolta greco, mitico e sicuramente meno famoso di Elia: Fetonte.
Elio, il dio Sole (che è poi un travestimento di Apollo) si innamora di Climene, figlia di Oceano e di Teti. La loro unione genera quattro figli: Fetonte, Egle, Lampezia e Faetusa. Divenuto grande Fetonte realizza di mettersi alla guida del carro solare attorno alla Terra, sostituendo così suo padre. Fetonte inizia così a sorvolare la terra ma i cavalli diventano indomabili e lo portano fuori dalla normale traiettoria del sole, creando enormi disastri: un pezzo di cielo si bruciacchia, e si forma la via lattea. A Zeus non resta che colpire con una sua saetta il giovane Fetonte
per salvare la Terra da sicura distruzione. La madre e le sorelle partono allora per recuperare il corpo del giovane sulle rive del fiume Eridano dove lo piangono sconsolatamente; gli dèi impietositi le mutano allora in pioppi e le loro lacrime in ambra.
Ammetto la mia ignoranza confessando di non conoscere questo mito, pur se Fetonte è citato in un canto dell'Inferno tra i più letti nelle scuole. Mi sono imbattuto nella sua storia leggendo un saggio su Nerone. Dove ho anche trovato l'interprestazione benevola del mito che ora riciclerò a modo mio.

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Fetonte prende il carro del Sole di suo padre Apollo, perchè crede di essere capace di tanta destrezza e nobiltà: per forza, è figlio del Sole! Eppure qualcosa va storto, Fetonte non ci capisce più niente e i cavalli ed il carro vanno fuori dalla traiettoria loro data e per poco non bruciano l'universo. Solo un fulmine scagliato da Giove salva il mondo, facendo però precipitare il giovane Fetonte sulla terra, consumato dalle fiamme.
Cosa pensare di Fetonte e del suo gesto? Potrebbe sembrare alla prima un gesto sconsiderato, e Fetonte quindi un velleitario: la caduta a precipizio dal carro parrebbe allora la giusta punizione per la pretesa di guidare il carro solare, di fare (lui mezzo mortale) qualcosa che è prerogativa deggli dei soltanto. Si potrebbe anche dire che gli dèi ci tenessero a non perdere il posto e si dessero mutua assistenza per mandare in fiasco la concorrenza...
Tuttavia il mito può anche essere interpretato in modo differente, guardando non solo con benevolenza a Fetonte, ma con ammirazione.
Infatti nell'antichità il guidare carri trainati da un gran numero di cavalli era considerato gesto di incredibile perizia e nobiltà. Era cosa da piloti da formula 1! Ed era sopratutto la dimostrazione di essere capaci a mantenere la concordia tra le forze contrastanti ed utilizzarle al meglio. Così Fetonte, col suo tentativo di prendere le redini del carro del Sole, potrebbe essere l'immagine del Principe illuminato, che tenta di mettere ordine nel caos delle forze che è chiamato a sovraintendere e governare, per metterle d'accordo e concorrere ad un grande risultato. E il fatto che questo tentativo sia destinato al fallimento, nulla toglie al suo valore e alla nobiltà del suo gesto.
La storia di Fetonte e della sua caduta è raccontata meravigliosamente da Ovidio nelle Metamorfosi (fine del canto I e tutto canto II); e proprio nel canto II si legge:
Qui giace Fetonte, auriga del cocchio di suo padre;
e se non seppe guidarlo, pure egli cadde in una grande impresa.
Quindi Fetonte pur se arso vivo è da ammirare. Non è la sua velleità ad averlo ucciso: egli ha creduto di poter compiere un'azione sovrumana, lui figlio del Sole.

11 febbraio 2007

Atteone, professione fotoreporter (o paparazzo?)

Il mito d'Atteone lo si potrebbe interpretare in modi diversi.. lo so che non si dovrebbero dare interpretazioni ai miti ma ormai è fatta...
Una prima interpretazione è quella più diretta: la natura è maligna; e se ne scopre il vero volto quando si viene travolti dalla sua forza distruttrice.
All'opposto un'altra interpretazione vede in Atteone colui che penetra tanto al fondo la Natura (la visione di Artemide nuda) da divenirne parte: ne viene assorbito, e l'essere divorato dai cani ne sarebbe la simbolica rappresentazione.. ma non bastava dire fatti il bagno con noi? Vabbe'.
A queste tanto divergenti interpretazioni va poi aggiunta una terza, che deriva da una variante (credo d'averla letta su le Nozze di Cadmo e Armonia di Calasso, ma potrei sbagliare) secondo la quale il nostro cacciatore dopo la vista della dea semprevergine ignuda alle dolci acque, abbia poi avuto un mistico slancio d'amore verso.. i propri cani (!) e che, pur di sfamarli, avrebbe dato sè stesso loro in pasto.
Ma, amore per i migliori amici dell'uomo a parte, il nostro rapporto con la Natura è davvero ancora quello degli Antichi, basato sulla paura della natura e delle sue forze? E le sentiamo ancora così ostili?
Se pensiamo solo, per esempio, al fatto che succhiamo il petrolio persino forando i fondali degli abissi (per tacere di eventuali passeggiate lunari), ci rendiamo conto che siamo molto più disinvolti e abbiamo perso quel timore reverenziale che nasceva dalla irresistibilità delle forze naturali e dalla loro misteriosa origine.
O per meglio dire, abbiamo eliminato dalla nostra coscienza collettiva l'idea che la natura sia maligna. E ci limitiamo solo ad avere una paura al singolare del fenomeno naturale: paura dei cani, paura delle tempeste etc.
La rimozione è talmente avanti che sempre più spesso ogni conseguenza negativa delle forze naturali (disastri maremoti cicloni etc), le imputiamo alla malaccorta gestione delle emergenze da parte delle istituzioni piuttosto che alla distruttività di una natura matrigna.
Anzi stiamo cominciando ad attribuire a noi stessi ed al nostro sfruttamento delle risorse del pianeta tutte le disastrose conseguenze dei cambiamenti climatici in atto. Non dico che questo non sia vero, tutt'altro.
Dico che è cambiato il nostro rapporto con le forze della Natura: tremila anni fa si temeva il fulmine e ci si prostrava a chiedere clemenza ai cieli; oggi gestiamo maremoti e sismi ed addossiamo le responsabilità ai nostri governanti per qualsiasi cosa va storto. Magari domani saremmo in grado di prevedere molti fenomeni ed anticiparli.
Ma torniamo al nostro Atteone.
Cosa potrebbe cacciare oggi un essere umano per spingerlo nel cuore di una foresta tanto fitta da essere il nascondiglio della dea Artemide?
Io credo la caccia alle immagini.
Allora il moderno Atteone potrebbe essere un fotoreporter, uno di quelli da rivista naturalista. Magari il nostro potrebbe essere un convinto ecologista che si batte per fotografare gli scempi dello sfruttamento dissennato del pianeta.
Ma non solo.
Potrebbe essere, meno eroicamente, un paparazzo: l'opinione pubblica è sempre più interessata alla dimensione privata del personaggio pubblico. Il limite della riservatezza è spesso violato in nome di un diritto di cronaca che somiglia sempre più alla voglia insana di farsi i cazzi degli altri. Allora forse se il nostro Atteone rivisitato s'è spinto tanto oltre, è solo perché è a caccia della famosa dea da fotografare.
Ma sì, in fondo è il mito stesso a dirlo: Artemide è famosa (una dea!), è nuda e la scena del bagno con tutte quelle ancelle è -diremmo almeno- piccante.
Ed allora ecco che il nostro Atteone, cacciatore sì ma d'immagini, lo ritroviamo in mezzo ai suoi cani colla lingua ciondoloni, la macchina fotografica ancora appesa al collo, che ci mostra quasi orgoglioso le foto rubate del bagno silvano della dea, forse neanche troppo ignara dell'occhio indiscreto. Che fossero d'accordo? Chissà, forse per questo non se lo sono ancora sbranato.. gli avvocati! Clic!

01 febbraio 2007

Augusto il vecchio

Augusto imperatore. La propaganda fascista ne fece quasi un testimonial del suo impero coloniale, tutt'altro che glorioso.
Ho visto molte statue di Ottaviano risalenti al ventennio sparse per l'Italia (la più suggestiva a Ravenna), copie di quella ai Musei vaticani.
Varrebbe però la pena di piazzare per il nostro Paese anche statue del vecchio Ottaviano. Non so se ne esistano ritratti senili, ma anche uno volto idealizzato andrebbe bene.
Sarebbe questo infatti il monumento realmente rappresentativo per questa Italia dove moltissimi ottuagenari sono ancora saldamente a troppe leve di comando.
Così come era Augusto saldamente al suo posto, fino alla fine. Vero è che morì a 72 anni, ma era per il suo tempo un'età avanzatissima. E poi Augusto sorprendentemente arrivò alla vecchiaia, tanto era malfermo di salute.
Ottaviano Augusto da vecchio: coi segni sul suo viso e sul suo corpo di una vita intensa e forse inattesa.

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Sto ascoltando con grande interesse le registrazioni degli interventi che docenti universitari stanno tenendo sui giorni di Roma al nuovo auditorium: le pubblica sul suo sito Laterza. Dalla fondazione all'occupazione nazista: ho ascoltato fino a Carlo Magno.
Mi è ritornato il prurito per l'antico.

21 gennaio 2007

Emmaus

Questa potrebbe interessare a qualche refettorio, magari un po' pop...

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un autogrill: tanta gente. gente in transito, affamata ed assetata.
dall'interno, sul fondo, si intravede oltre le vetrate l'autostrada: è una bella giornata.
nell'autogrill tutto ha l'aria di pulito.
nell'area ristorante ognuno col suo vassoio, senza troppo rumore, si prende da solo il piatto che preferisce. lo preparano dei ragazzi dietro a banconi: hanno grembiuli, reti tra i capelli e guanti monouso. qui la gente si serve da sola.
il pasto poi si consuma nell'altra parte della larga sala, su tavolini quadrati.
una bambina gioca col suo palloncino sulle gambe del suo papà, che tenta d'imboccarla.
un'inserviente pulisce meccanicamente un tavolino. dietro di lei, su un carrello, pile di piatti raccolti: bottiglie vuote, bicchieri semivuoti e panini smangiucchiati.
nel mezzo della sala, tra i tanti altri, tre amici stanno per pranzare.
hanno davanti del pesce di fiume, forse trote d'allevamento. ma due di loro non sembrano badarci. guardano fissi l'altro commensale: sono stupiti al punto che non riescono a parlare. cosa avrà fatto o detto mai? e perchè nessuno ci fa caso, anzi nessuno sembra accorgersi della scena?
lui sembra quasi sorridere e guarda quei pesci come fossero la cosa più interessante del mondo: su di essi tiene alzata la mano destra.
in primissimo piano, dietro il banco dei contorni, una ragazza sta per affondare il cestello della friggitrice nell'olio caldo: due minuti e le patatine saranno pronte.

28 dicembre 2006

La strage degli innocenti

E vanno lontano Maria, Giuseppe e il loro piccolo. Fuggono dall'eccidio voluto da Erode.
Vanno lontanto, in Egitto.
Nella piccola utilitaria Maria allatta il suo piccolo.
Appoggiato sul cofano anteriore, Giuseppe guarda la scena intenerito: sta fumando. E il fumo fa volute come d'incenso.
E' già buio ma in strada è un brulicare di gente. Alle loro spalle una vetrina piena di televisori: sono gli ultimi modelli. Tutti i canali trasmettono le scene del massacro: gli innocenti del mondo patiscono lo stesso martirio.

14 dicembre 2006

La nuda

Nuda innanzitutto. E nemmeno troppo occupata a coprirsi: naturalmente pudica, in una posizione rilassata e raccolta. Elegante d'istinto.
L'incarnato è vivo che quasi sembra quel corpo caldo e liscio possa scivolare via da quello sfondo neutro e piatto.
Ma negli occhi un'espressione inquieta. E forse inquisitoria.
Stride la morbidezza del suo corpo con l'espressione quasi ostile.
Guarda fissa; non un ammiccamento.
Una donna nuda, ma per niente svelata.

11 dicembre 2006

Le dodici fatiche: prima mondiale!

Cosa farebbe Ercole, semidio e fondatore della civiltà occidentale (almeno a stare all'intrigante "le colonne d'Ercole" che ho letto l'anno scorso), se fosse calato nella contemporanietà mediatica?
Sarebbe un volto arcinoto per tutte le sue straordinarie gesta, che anzi sarebbero già diventate sui giornali le dodici fatiche d'Ercole.
Immaginiamocelo già d'una certa età. Magari non più in forma come un tempo, con qualche ruga in più. Ma elegantisimo, sorprendentemente, nel suo abito scuro.
E' di frone a noi, sopra un tappeto rosso e dietro ha.. una enorme locandina del cinema!
Di che film? Ma del suo film: le dodici fatiche di Ercole. E non il solito peplum di serie b., ma un vero kolossal con effetti speciali a palate.. E lui è l'ospite d'onore alla prima assoluta!
L'idra, il leone di Nemea, le Esperidi e tutto il resto stanno là sul poster a fare da corona al suo faccione, interpretato dal solito attore del momento.
"La mia vita in un film -penserà- ne ho fatta di strada!" mentre si fa tempestare dai lampi dei fotografi e dall'assedio di un'altra idra (quella televisiva di mille telecamere) penserà forse che i vestiti eleganti siano più esiziali del sangue dell'idra?

25 novembre 2006

La natura morta transgenica

Un tavolo sotto un patio che dà su un cortile, o su un prato.
Un immenso tavolo, carico d'ogni bene: come nelle nature morte napoletane di cui si beano tanti salotti bene.
Ma tutto è alterato in quelle primizie: per proprietà, forma, dimensione così come per colore. Nulla sembra essere scampato alla ibridazione, alla mutazione. Tutto è perfetto ora, l'occhio pare appagato. Tutto non reca traccia di corruzione.
Sullo sfondo una scena idilliaca. Nel prato è un girotondo quasi meccanico di gente tutta uguale.
Sul bordo del tavolo, un dialogo silente d'un vermetto e d'una lumaca.

12 novembre 2006

Astolfo sulla luna

Quattro destrier via più che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,
e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l'aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che 'l vecchio fe' miracolosamente,
che, mentre lo passar, non era ardente.

Orlando furioso XXXIV 69.

Ovviamente ho fatto un copia e incolla da una edizione online: ho una memoria di cacca io. Ed invidio tutti quelli che sgranano poesie a memoria.
Ma andiamo avanti.
Uno sfondo nero. Due cavalli bianchi in primo piano, d'una luce bianca che sembra farli brillare. Altri due s'intravedono accanto. Hanno membra piene. Un occhio vivo e buono verso chi guarda. La criniera scomposta e folta.
Sono attaccati ad un carro dorato, da trionfo.
Appena dietro è il pilota: un vecchio minutissimo e canuto: dall'aria serena. Ha il manto gonfio dal vento, il viso teso. Il soldato d'altri tempi che gli sta accanto ha ricchi abiti e luccicanti, il suo mantello fa uno sbuffo pomposo. In alto una Luna grande e marmorea prende quasi metà della scena, rivolgendo allo spettatore la sua faccia nascosta*: quella preclusa al mondo.
Il cavaliere è Astolfo. Va con Elia a riprendere il senno d'Orlando, finito sulla Luna, insieme a tutti i refusi del mondo.
Ma chi ci dice poi che la scena non è finzione d'una finzione? Che quella Luna non sia di cartone o plastica, appesa davanti ad un drappo sdrucito da teatranti? Che quello è solo un cavallo da tiro e che quell'Astolfo è solo un guitto travestito da paladino? In fondo le zampe dei cavalli non si vedono. E il carro è appena visibile: una sagoma.
Insomma che davanti allo spettatore sia l'immagine d'una recita: finzione d'una finzione, teatro?

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* Per correttezza debbo però dire come nel poema non si fa riferimento all'altra faccia della luna, ma io ce la metto, perchè mi sembra ancora più suggestivo.

19 ottobre 2006

Giuseppe Desa da Copertino

Un Santo speciale Giuseppe Maria Desa da Copertino. Almeno per me; e non che ne abbia mai capito il motivo di questa - diciamo - devozione.
L'ho conosciuto per caso, quando mio padre mi raccontò di come aveva visitato il luogo dove si tenne il suo processo davanti al Sant'Uffizio. Se non ricordo male dovrebbe essere una sala del convento di S. Lorenzo Maggiore, Napoli.
Giuseppe fu chiamato a rendere conto della sua fama di santo e taumaturgo. Lui che la vita e la gente avevano voluto inetto e scemo, in odore di santità! Come mai? Perché il frate volava.
Eppure Giuseppe anche davanti al collegio e di fronte a decine di persone si alzò in volo, in estasi.
Non era la prima volta che succedeva, anzi. Pare che siano documentati numerosi voli.
E non era la prima volta che Giuseppe passava un esame in maniera miracolosa. Qualunque sua biografia, anche la più esigua, parla di come passò l'esame per diventare sacerdote. Non a caso é il patrono degli studenti.
Un uomo che manifestava il suo amore verso Dio in un modo tanto vistoso, eccessivo e quasi scandaloso. Barocco come l'arte del suo tempo.

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La sua figura ha avuto una notevole fortuna letteraria (escono ancora oggi romanzi ispirati alla sua vita) ma ritengo possa essere suggestiva anche per le arti visive visive (e non solo il cinema).
Pensate ad un altro uomo volante (non elevato da Dio ma dalla tecnologia) come Gagarin ed al suo monumento (che però è degli anni 80): un uomo-razzo che punta dritto dritto al cuore del cielo con freddezza: sta rigido. Il Nostro forse sarebbe meglio rappresentato in una voluta dolce e bizzosa verso un cielo pieno, da guardare con affetto e stupore quasi abbracciandolo.

05 ottobre 2006

La conversione di Saulo di Tarso

Nel buio puntellato di un'autostrada o d'una statale, luci in lontananza (pali dell'illuminazione ed insegne).
In volo, cadendo dalla sua moto, è Saulo: vestito come un poliziotto motociclista dei nostri giorni. Saulo pare sospeso e contorto: colle braccia in croce.
Sul suo volto (gli occhi chiusi ed un urlo stampato sulla bocca) è l'indice della mano destra del Cristo, con un volto sereno e fermo. Il Cristo sporge dal lato superiore, fluttuante davanti al viso di Saulo. Con l'indice dell'altra mano indica il proprio volto ("Mi riconosci tu che non mi hai riconosciuto? Perchè mi perseguiti?").
Il viso di Saulo è tutto invaso di luce spirituale proveniente da un cono di luce il cui vertice è idealmente al di sopra del Cristo.
In primo piano, altre guardie e gente qualunque (in penombra) con espressioni di terrore.
Quando Saulo si rialzerà sarà un convertito: diventerà Paolo, l'apostolo delle genti.