21 gennaio 2007

Il cornicione, la cornice ed il contorno

Da un appunto del giugno 2005

Dividere il mondo in due categorie irriducibili si può. Magari talvolta si fa peccato di superbia, ma si può. Belli e brutti, bravi e cattivi etc..
Una grande divisione potrebbe poi essere tra quelli che mangiano il cornicione della pizza e quelli che invece lo lasciano nel piatto. Io rientro nei primi; e anzi sostengo che mangiare il cornicione ancora caldo rientri nei veri piaceri della vita; anzi è un metodo per godersi la vita. Perchè il condimento della pizza (mozzarelle pomodori salami etc) è la contingenza, il casuale incontro dei nostri bisogni e preferenze con le possibilità di soddisfarli in un determinato momento (quante volte m'avranno detto "Cigoli* niente"?).
Per valutare la bontà pizza in sè invece occorre valutarla asciutta: mangiare cioè della sua pasta sola; e la sua pastasolo si può gustare mangiando il cornicione. Saper apprezzare il cornicione significa insomma essere capaci di valutare la bontà della pizza senza che ci sia di mezzo il condimento, e quindi -in generale- saper valutare la bontà delle cose senza il pregiudizio che nasce dalle proprie preferenze.

Bene.

Dal cornicione della pizza alla cornice del quadro il passo è breve..
Mentre per Picasso la cornice è la tomba del quadro, invece io ritengo (io contro Picasso?? Oh casso!) io ritengo che sia la prova della sua bontà: la cornice quindi come il cornicione, strumenti di valutazione. Mi spiego meglio.
A molti la cornice dispiace: ritengono che sia una sorta di collare che tiene a bada il contenuto del dipinto, ma anche un plus che ne distorce il significato (e io ho visto molti bei dipinti storpiati da cornici azzardate).

La cornice è chiamata anzitutto a proteggere l'opera e serve anche ad esaltarla, a staccarla dal muro dove è appesa: in questo senso la sostiene (nel suo doppio significato). Ma non fa solo questo: essa circoscrive l'opera nel suo spazio, la costipa nel suo tot di centimetri e -frapponendosi- non favorisce l'interazione diretta del dipinto con l'ambiente circostante (se fossi colto senza problemi direi compenetrazione tra opera e spazio..).
Non soltanto un ostensorio -passatemi il termine, o pii!- ma anche una barriera.
Una barriera non insuperabile. Anzi. Il dipinto è chiamata a superare l'ostacolo, a soverchiare quel limite, a dare prova della sua intensità e statura (e della sua bontà quindi) scavalcando quello "steccato".

Per concludere il mio ragionamento (se così si può chiamare questo piccolo delirio), e provarne la validità, rivolgo un pensiero alla serie Spots di Damien Hirst. Ho trovato quei dipinti simpatici perchè colorati. Eppure se immagino uno degli Spots attorniato da quelle cornici dorate un po' eccessive -tutte boccioli e bomboloni- vedo solo un motivo per mattonelle da bagno incorniciato e appeso ad una parete. Le "palline colorate" di Hirst non rimbalzerebbero più allegre da un muro ad un altro, starebbero chiuse là nel loro scatolone bianco piatto, ferme. Non andrebbero oltre quel pacchiano muraglione dorato.

-----------

*Cigoli sta per ciccioli.

3 commenti:

Citrullo Delegai, il Mecenate Scroccone ha detto...

Ho cercato ovunque il link per dare un minimo di credibilità alla citazione di Pablo Picasso (sulla cornice e la bara), ma non ho trovato nulla (neanche in spagnolo o inglese). Che io abbia cercato male? Può darsi. Che qualcuno mi abbia raccontato una fesseria? MOLTO più probabile...

Anonimo ha detto...

E cosa dire allora delle campane di vetro attorno alle statue votive?

Citrullo Delegai, il Mecenate Scroccone ha detto...

Vorrei portare alla attenzione dei miei sparuti e coriacei lettori questo bell'articolo sulla cornice inteso come finestra del mondo

http://www.fondazione-menarini.it/minuti/pdf/338%20La%20finestra%20aperta%20sul%20mondo.pdf